mercoledì 4 settembre 2013

“Io schiaccio la testa del Serpente, il satanismo maschile, e proclamo il trionfo della Vergine solare per bocca del satanismo femminile” (MARIA DE NAGLOWSKA)



 Nata il 15 Agosto 1883 in Russia, a San Pietroburgo, figlia del governatore della provincia di Khazan. Rimasta orfana ancora bambina, ebbe una salute fragile, per quanto accompagnata ad un carattere tenace e da un’intelligenza acuta. Dopo essere stata mantenuta agli studi da parenti aristocratici, mentre ascoltava un concerto, si invaghì di un orchestrale, un violinista ebreo di idee sioniste. A causa dell’ostilità della sua famiglia per quella relazione scandalosa, Maria de Naglowska ed il suo compagno abbandonarono al Russia, trasferendosi dapprima a Berlino e poi in Svizzera. Si stabilì a Ginevra, dove si sposò e mise al mondo tre figli, conducendo una vita quasi agiata grazie alle opportunità di lavoro che trovò presso la folta comunità russa. Ben presto cominciarono però le difficoltà a causa dei contrasti fra quella comunità e le idee del marito, che volle far circoncidere il primogenito e iscrivere gli altri due, un maschio e una femmina, alla sinagoga. Da buon sionista, il marito abbandonò moglie e figli per recarsi in Palestina, dove gli venne offerta la direzione del locale conservatorio di musica, che diresse per quarant’anni, fino alla morte. Maria se la dovette sbrigare da sola, lei e i tre figli, ma venne reintegrata nella comunità russa, non senza che i figli venissero prontamente ribattezzati cristiani ortodossi. Non ottenne più, comunque, alcun sussidio. A causa dell’esternazione delle sue idee, libertarie ed in contrasto con quelle dei benpensanti dell’epoca, fu arrestata dalle autorità svizzere. Espulsa da Ginevra dovette ritirarsi a Berna e poi a Bale, finchè fu costretta ad abbandonare la confederazione, obbligandosi a mettere i propri figli in un istituto, tranne il primogenito che era partito per la Palestina. Trasferitasi in Italia, a Roma, nel 1920, all’età di 37 anni, trovò lavoro come giornalista e insegnante, riuscendo a farsi poi raggiungere dai figli. Il tenore di vita era però dei più precari. Il secondogenito partì anch’esso per la Palestina; Maria rimase sola con la figlia Marie, divenuta infermiera. A Roma la Nostra si era fatta una cerchia di amicizie nell’ambiente occultistico, tra cui lo scrittore ed ex artista dada Julius Evola. Fu proprio nel corso di una di queste riunioni esoteriche che essa conobbe un filosofo russo “che gli rivelò la tradizione boreale nei suoi aspetti più segreti”. A Parigi aveva cominciato a tenere delle conversazioni pubbliche su argomenti esoterici in alcuni luoghi di gran passaggio: alberghi e caffè. Fu così che riuscì a pubblicare i suoi libri e una rivista, La Freccia - organo di azione magica, cui collaborava da Roma J. Evola. Dal 1930 a tutto il 1935 Maria de Naglowska visse un’intensa stagione, facendosi conoscere da un gran numero di persone e dalla stampa francese che non mancò di tributarle la sua attenzione. Poi, d’improvviso, all’inizio del 1936, dopo aver profetizzato la catastrofe del secondo conflitto mondiale, convocò un’ultima conferenza, nella quale salutò i discepoli, affermando che la sua missione era conclusa e che sarebbero dovuti passare molti anni prima che la sua dottrina esoterica sarebbe stata apprezzata. Trasferitasi presso la figlia Marie a Zurigo, vi morì poco dopo, il 17 Aprile 1936, all’età di 53 anni. In Italia la dottrina di Maria de Naglowska è stata accennata nel 1958 dal suo vecchio conoscente Julius Evola nel libro Metafisica del Sesso e recentemente, con maggiore larghezza, dal “settologo” Massimo Introvigne in Indagine sul Satanismo. Evola sottolineava il carattere confuso e inorganico delle dottrine enunciate dalla Naglowska e si domandava quanta parte avesse potuto avere la fantasia nella formulazione di queste stesse. Egli era così in dubbio da ritenere che il proprio tentativo di convalidare queste dottrine paragonandole con i riferimenti presi dalle tradizioni estremo-orientali fosse “un regalare generosamente un contenuto solo assai confusamente presentito dalla De Naglowska alla descrizione romanzata del rito”. In ogni caso la Naglowska possedeva comunque delle conoscenze effettive, derivate forse da contatti con ambienti russi vicini alle pratiche sessuali della setta dei Khlysti, in considerazione del tipo violento di tecniche cui ci si doveva sottoporre, come, appunto, nel “Rito dell’Impiccagione.” Da Marc Pluquet riportiamo la dichiarazione che veniva recitata nel corso di una di queste cerimonie: “Io aderisco, poiché questa è la mia volontà di uomo cosciente e libero, alla dottrina del Terzo Termine della Trinità annunciata da Maria de Naglowska, grande sacerdotessa del Tempio del Terzo Termine. Riconosco di aver raggiunto, attraverso i secoli e le generazioni, i due Termini precedenti: il Giudaismo e il Cristianesimo, dei quali reggo le due fiaccole accese, la fiaccola della ragione e la fiaccola del cuore. Giuro di sforzarmi, con tutti i mezzi, per accendere in me, con l’aiuto della donna che saprà amarmi di un’amore vergine, la Terza fiaccola, quella del sesso che conferisce la luminosa conoscenza di Lucifero o Satana rigenerato. Mi proibirò di perdermi nella donna impura. Eseguirò il rito della natura secondo gli insegnamenti del Terzo Termine della Trinità che non tollera le vibrazioni perverse ma consiglia, molto saggiamente, all’uomo che si rispetta di essere il Signore illuminato della donna e non lo schiavo. Perseguirò con i miei compagni l’atto erotico iniziatico,che trasformando il calore in luce, risveglia Lucifero nelle tenebre sataniche del male. Ho letto e compreso i due volumi iniziatici che compendiano la dottrina del Terzo Termine della Trinità, la Luce del Sesso e Il Mistero dell’Impiccagione. Accetto battesimo che mi viene impartito in questo momento con rispetto, gioia e riconoscenza”. Marc Pluquet, nel libro-ricordo di Maria de Naglowska, sviluppa la dottrina di femminismo politeista della scrittrice russa, che già nel 1977 lo scrittore S. Alexandrian aveva sintetizzato nel suo I Liberatori dell’Amore e poi accennato nella Storia della Filosofia Occulta: “...la Confraternita della Freccia d’Oro si poneva l’obiettivo di preparare l’avvento del Regno della Madre (destinato a succedere al Regno del Padre e del Figlio dell’era cristiana) creando delle sacerdotesse dell’amore in grado di realizzare la fecondazione morale degli uomini. Il suo movimento, caratterizzato da uno straordinario femminismo, implicava un rituale che fu codificato nel suo volume La Lumière du Sexe (1933) in cui affermava di poter neutralizzare il Male, contrapponendogli degli atti sessuali religiosi, realizzati sotto la direzione di prostitute sacre paragonabili alle ierodule di Byblos. “Bisogna che la sacerdotessa d’amore abbia la vocazione, cioè che si possa donare con lo stesso ardore fisico a tutti i maschi che seduce. Non è però necessario che essa li ami, li stimi o li ammiri individualmente, poiché in ciascun uomo essa deve saper amare, venerare e anche adorare il Perfetto dell’avvenire. Essa offre il proprio corpo in sacrificio. Deve mettere in quest’impresa la stessa devozione di una religiosa. Non è dunque per la reciproca affinità fisica tra due corpi che si contribuirà necessariamente alla qualità magica dell’unione, ma la sincerità del sentimento religioso che animerà la sacerdotessa (...) La sacerdotessa ideale deve saper vibrare in sintonia con tutte le vibrazioni maschili ch’essa suscita, per differenti che possano essere. Oltre a questa facoltà di accordo fisico venereo pressocchè universale, la Sacerdotessa, che non è né la giovane prostituta né la vzosa che si offre al primo venuto, trasmette a tutti le sublimi vibrazioni del proprio ideale. E queste essendo creatrici, determinano nell’uomo il risveglio della conoscenza, che noi chiamiamo Satana rigenerato ovvero Lucifero”. Essa aggiunge che in sintonia col suo carattere lunare, la sacerdotessa d’amore non deve darsi al piacere localizzato, appartenendo questo all’uomo, e deve restare “fredda e silenziosa” ed evitare le gravidanze. Alexandrian aggiunge a conferma di queste parole che nel culto babilonese la sacerdotessa veniva chiamata “naditu”, cioè l’infeconda, e la ierodula “zer-mashitu”, ovvero colei che trascura il seme. Secondo la Naglowska, le sacerdotesse dell’avvenire possiederanno un’eterna verginità, malgrado la molteplicità dei rapporti sessuali, perché si negheranno al piacere localizzato. Inoltre affermava che: “Non è il matrimonio il più alto sacramento dell’unione tra uomo e donna, bensì il divorzio. Bisogna considerare il divorzio non come l’espressione di un fallimento sentimentale, ma come una duplice vittoria conseguita di concerto. La coppia futura divorzierà per amore, non per inimicizia”. Per saperne di più: http://www.cazzanti.net/archivi/letture/Maria%20De%20Naglowska%20-%20Il%20rito%20sacro%20dell'amore%20magico.pdf





Nessun commento:

Posta un commento